Perfect Strangers

Recensione di Ran
58

Sto correndo verso casa, nelle mie mani il prezioso vinile. Il primo disco dei Deep Purple che acquisto in occasione della sua uscita!! La curiosità diventa quasi ansia mentre penso che si sta realizzando il sogno di ascoltare un nuovo lavoro della mitica MK II. Mitica? Esagero? Vediamo…uhm… almeno 2 dischi che hanno cambiato per sempre il corso del rock, un live che è diventato lo standard qualitativo di riferimento per i live di ogni tempo. Mah, non credo di esagerare!

Si sa, maggiori sono le aspettative, maggiore può essere la delusione, ma i nostri sembrano averlo capito e a scanso di equivoci vogliono spazzare via subito ogni preoccupazione con il primo brano: Knocking at your back door , un pezzo dove l’ispirazione è al vertice in tutte le sue componenti: introduzione, riff, melodia, solo. L’Uomo in nero fa subito intuire il suo stato di grazia: forma smagliante ed un solismo evoluto e maturo, a tratti irresistibile.

Under the gun e Nobody’s home : due brani eccellenti, il primo con il suo riff granitico e un grande solo di chitarra, il secondo a mio avviso uno dei più trascinanti dell’intero repertorio Purple, dove Blackmore lancia finalmente un break di Lord che sfodera suono e grinta dei tempi migliori. Mean Streak è un buon pezzo, con una bella intro in Purple-style, ma forse un po’ ripetitivo.

Ma ecco la title track: Perfect Strangers : introduzione magistrale di organo e parte il riff massiccio, cadenzato, semplicemente geniale …insomma signori il grande rock è tornato! La strofa bella, composita e con quel tocco esotico che la impreziosisce sfocia in un inciso memorabile, anthemico. Alla fine del brano ho una premonizione: vedo nella sfera un famoso gruppo del futuro che desidererà ardentemente di aver scritto questo pezzo, ma purtroppo si dovrà limitare a interpretarlo….

A Gypsy’s Kiss introdotta da un Glover quasi gilmouriano (!) presenta nella parte centrale tutto il meglio della famosa “tensione emotiva” made in Purple basata sul dualismo organo-chitarra: l’elegante unisono, il break blackmoriano con un fraseggio d’alta scuola, altro unisono classicheggiante che prelude un solo di Lord raffinato e pieno di groove. Arriva a questo punto, davvero sapientemente, un momento di grande respiro con Wasted Sunsets.

Una delle più belle melodie mai ascoltate, niente a che vedere con le stucchevoli ballads proprie di certo “finto-rock” da radio FM, che purtroppo imperversa. Un Blackmore da antologia sfodera una sequenza di note tutte davvero sentite ed essenziali. L’interpretazione straordinaria di Ian Gillan su questo brano dovrebbe far capire una volta per tutte la grandezza – senza se e senza ma – di questo cantante. La sua prova su questo disco è di grande livello.

Il 1972, si sa, non potrà mai tornare, ma le sue parti rimangono alla portata di pochi e il suo particolare feeling è sempre presente. A questo punto sarebbe doveroso anche un commento per Roger Glover e Ian Paice ma….. la perfezione come si commenta?

Infine Hungry Daze: un pezzo con un riff-inciso “saltellante” e con un Lord che ci dimostra che la moda dei “strappi orchestrali” (dai Propaganda agli Yes) ha veramente contagiato tutti!! Un buon brano che chiude un gran disco che ha saputo, in chiave moderna, raccogliere e perpetuare una grande eredità. Ciao Raniero (Ran)

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