Abandon

Recensione di Carlo Crudele Musicboom
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Sono passati trent’anni dall’esordio discografico dei Deep Purple, datato 1968, eppure il loro suono è ancora vivissimo. La formazione negli anni è cambiata moltissimo, gravitando sempre intorno ai cinque del Mark II, la seconda formazione, quella di Smoke on the water e Child in Time, per intenderci.

In Abandon ritroviamo immutati i cinque di Purpendicular e Live at The Olimpia, cioè gli immarcescibili Lord, Paice, Glover, Gillan e il dinamico Steve Morse a sostituire l’ormai ripudiato Blackmore. La mia personale opinione è che il gruppo guadagni molto in scioltezza dalla dipartita del vecchio Ritchie: il chitarrismo di Morse è estremamente dinamico e “leggero”, tende cioè a non appesantire i pezzi della band, che acquistano nuova energia e si staccano quasi sempre dal noioso AOR (“adult oriented rock”) dei Deep Purple anni 80.

La band è in ottima forma e dei 12 pezzi di Abandon metà è decisamente buona. Il pezzo di apertura, any fule kno that, da’ un’ottima idea del disco: ritmo ossessivo, riff alla Deep Purple, chitarra e organo in ottima evidenza e buona prestazione di Paice alla batteria per un ottimo pezzo d’esordio. Discreto il seguente, almost human, hard rock forse un po’ convenzionale, riscattato (come altri pezzi del disco) da un’ottima prestazione di gruppo (Morse e Lord fanno faville). Il terzo pezzo, don’t make me happy, è decisamente bello; rappresenta un cambio di tono rispetto ai primi due: è infatti una sorta di blues alla “thrill is gone”, molto intenso e sentito.

È buono anche watching the sky, che alterna un riff pesante a parti più lente ed evocative, senza apparire forzato nel contrasto; sia in questo brano che nel precedente i vecchi leoni danno prova di grande sensibilità quando si tratta di variare i toni ed immalinconirli. Molto diretto e decisamente bello anche Jack Ruby: riff che varia su tre accordi blues, Gillan che urla, assolo di organo come ai bei vecchi tempi; in più abbiamo Morse (che non risulta sconfitto dal confronto con Blackmore). Non male neppure ’69, che ad un inizio lieve contrappone un andamento decisamente pesantino. evil Louie, penultimo brano di Abandon, è un po’ sulla scia dell’AOR (vedi sopra) anni ’80, ma risulta comunque molto valido.

L’ultimo pezzo è anche il più bello: si tratta di Bloodsucker, intitolato all’americana Bludsucker, che proviene dal glorioso In Rock (1970) e dimostra ancora una volta la carica della band, che lo reinterpreta in una versione molto vicina all’originale, e che ad essa ha ben poco da invidiare; sugli scudi Morse, Gillan e Lord, sempre grande organista.

L’impressione che si ricava da Abandon è quello di un buon lavoro, suonato veramente bene, ma forse lievemente carente quando si tratta di trovare un pezzo immortale; se però avete già tutto del Mark I e II, o siete dei fans dell’ottimo Morse, il disco è consigliato.

Carlos B.

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