Deep Purple a Torino

Recensione di Francesco Colombo
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INSUPERABILI  Eccomi di nuovo a parlare dei grandi Deep Purple, indiscussi signori dell’intera scena musicale hard rock, ma non solo. In tournee ormai dal ’98, hanno piazzato altre 5 date in Italia; io sono andato al concerto di Torino, gentilmente accompagnato da mio fratello. Benedetto il giorno in cui prenderò la patente!

Il Palastampa è una struttura abbastanza piccola, che credo ospiti circa 8000 persone. Verso le 19 e 30, quando sono stati aperti i cancelli, la gente accorsa per il concerto era davvero poca, penso 1500 persone circa.

Dopo circa un’ora hanno iniziato a suonare i Sungift, gruppo italiano con voce femminile e due coriste, che ovviamente hanno dovuto accettare tutti i cori che invitavano ad un completo spogliarello. I Sungift hanno dato una buona impressione, anche se l’eccessiva proposta di pezzi lenti o acustici ha attirato le grida del pubblico, che reclamava i Deep Purple. Con il sorriso sulle labbra, il giovane gruppo ha lasciato il palco dopo circa 40 minuti, e in un batter d’occhio la loro strumentazione è stata smantellata.

Sono quindi entrati in gioco i membri della Crew dei Deep Purple: anche loro molto simpatici. In particolare, il tester della batteria continuava a scherzare con il pubblico; poi, un distinto ometto ha portato sul palco il microfono principale; poiché l’aveva sistemato un po’ storto, è ritornato indietro per correggerne la posizione con il tipico (e volutamente comico) perfezionismo inglese. A quel punto il pubblico rideva divertito. Sempre lo stesso tecnico ha anche osservato, con mimica comicità, il suo orologio, lasciando intendere che erano in ritardo: l’attesa per il super-gruppo era alle stelle.

Erano ormai quasi le 22, quando tutte le luci si sono spente, lasciando che una soffusa nebbia viola avvolgesse il palco; sullo sfondo, una sfera rosa avvolta da nubi si stagliava maestosa. La Pearl di Ian Paice, di colore bianco cromato, ora emanava riflessi porpora.

E proprio lo storico batterista per primo ha fatto il suo ingresso sul palco: completo nero e bandana viola, si è seduto dietro alle pelli, aspettando l’arrivo di Roger Glover. Questi, elegante nella sua camicia bianca smanicata e nei suoi calzoni neri, completi di cintura borchiata, è entrato in scena con un basso, neanche a dirlo, color profondo porpora, e, come si è accorto del pubblico che lo acclamava, ha lanciato uno sguardo di sorpresa e spavento. In effetti a quel punto il Palastampa era pieno raso. E mentre Ian Paice ha iniziato a giocare sul charleston, ecco arrivare anche il maestro di chitarra Steve Morse, che senza aspettare ha introdotto “Woman From Tokyo”.

Intanto dietro alle tastiere si è sistemato Don Airey, sostituto di re Lord che è rimasto bloccato in Inghilterra per un problema al ginocchio. Mancava solamente Ian Gillan, che si è fatto vedere giusto per cantare la strofa della canzone. Subito il pubblico è andato in visibilio, complice anche l’ottima forma di tutto il gruppo, che ha suonato con il sorriso stampato sulle labbra per tutto il tempo.

Nemmeno un attimo di respiro, ed ecco che le casse sputano il riff di “Vavoom: Ted The Mechanic”, l’unica canzone proposta dagli ultimi due album. Tutto il pubblico si è messo a saltare al ritmo funkeggiante di Paicey.

Si è capito subito che la scaletta sarebbe stata alquanto originale: i Deep Purple hanno infatti ripescato la storica “Mary Long” da “Who Do We Think We Are”. L’esecuzione è stata ottima, ma il meglio doveva ancora venire.

Una breve introduzione di tastiere ha aperto l’allegra “Lazy”, in cui Steve Morse ha eseguito il primo lungo assolo della serata, accompagnato da un bell’assolo dell’ex-Rainbow e Whitesnake Don Airey. Anche Gillan non è mancato con l’armonica e con i suoi urli strazianti.

I Deep Purple hanno poi eseguito d’un fiato la divertente “No One Came”, con Glover che non ha usato il plettro sul suo basso. Il suono di Roger era particolarmente secco e potente, e il volume del suo Yamaha era davvero alto.

Il primo momento di tranquillità della serata è arrivato con l’introduzione di “Fools”, un grandioso pezzo progressivo preso da “Fireball”, già visto in chiave sinfonica a Milano in ottobre. A mio parere questo brano è stato uno dei migliori della serata: l’assenza di Lord ha conferito a Morse un suono particolarmente rockeggiante, in quanto la tastiera di Airey si sentiva quasi solo nei suoi assoli. In più Gillan ha cantato davvero da scatenato, e la sua voce nell’urlo iniziale è stata amplificata da un’eco rimbombante. L’assolo di Steve Morse, all’interno del pezzo, si è superbamente evoluto dalla tranquillità alla pazzia; tutte caratteristiche che hanno reso la canzone davvero maestosa.

Una breve digressione nella carriera di Steve Morse, ed ecco che i Deep Purple hanno riproposto come a Milano “The Well Dressed Guitar”, una canzone interamente costruita sui virtuosismi del biondo chitarrista sempre in canottiera (sabato ne indossava una rossa su cui c’erano disegnati dei fori di proiettili completi di sangue, a meno che la mia mente non sia del tutto malata).

Mentre il resto della band si è andato a rinfrescare, Mr. Airey ha giocato un po’ con il suo piano, accennando a brani popolarmente famosi come il “Nessun Dorma”, quasi a chiamare in causa Ian Gillan, oppure “La Donna Mobile” (sarà questo il titolo?)… Lentamente, le note del piano sono sfumate nelle stridenti armonie della sua tastiera, fino ad arrivare ad un vero e proprio riff: è l’ora di “Perfect Strangers”, in cui l’esecuzione massiccia della band ha fatto saltare tutto il pubblico che mi circondava, compreso me ovviamente. L’attenzione era tutta puntata su Morse, che sfiorava le corde della sua chitarra e massaggiava i tasti delicatamente.

Poi, ha incominciato a lanciare qualche rapida nota, fino ad effettuare veloci scale come solo lui sa fare. Ad un suo breve accenno del capo, Ian Paice ha eseguito una breve rullata, e l’atmosfera è subito diventata triste e malinconica: Ian Gillan ha cantato “When A Blind Man Cries”, uno struggente blues con altrettanto struggenti assoli di tastiera e chitarra. La versione proposta è stata strutturalmente simile a quella di “Olympia ’96” o anche di Milano 2000. Questo è stato un altro dei pezzi meglio riusciti della serata, forse anche perché la canzone in sé racchiude una bellezza, un’apparente semplicità e una delicatezza smisurate.

Terminata la parentesi di blues, Steve Morse attacca come al solito la radio alla sua Peavey e ripercorre in 5 minuti la storia de rock: riff famosi (e improvvisati) si sono alternati sulla sua chitarra, e sono stati accompagnati dal resto della band. Fra questi ricordo “Back In Black”, degli AC/DC (in cui per altro Morse manca un accordo: finalmente un errore!). Ma Steve non era contento, gli piace scherzare e allora si è messo a fare i dispetti ai suoi colleghi: ha accennato un riff, e mentre Paice iniziava a suonarlo, lui si è interrotto bruscamente ed è scoppiato a ridere insieme a tutti gli altri.

In TV si dice “il bello della diretta”, qui starebbe bene “il bello (e la genialità, e la classe) dell’improvvisazione”. Ma, senza scomporsi troppo, subito dopo ha lanciato il riff dei riff, le semplici ma esaltanti note di “Smoke On The Water”, in cui Gillan poteva fare a meno di cantare, tanto era grande l’entusiasmo del pubblico. Senza nemmeno aspettare un attimo, mentre Gillan ancora introduceva il pezzo, è partito “Speed King”, il miglior brano di tutta la serata.

Simpatico il consueto duetto chitarra/tastiera, e l’assolo di basso: Glover, dopo aver giocato con le sue pesanti corde, ha sorriso e ha lasciato con un gesto delle mani la scena a Paice. Questi ha eseguito uno sbalorditivo assolo di batteria, in cui, mentre fingeva di dormire appoggiato al suo braccio, con l’altro eseguiva una rullata continua e velocissima. Al termine degli assoli, tutti insieme hanno improvvisato dei pezzi di rock’n’roll, sullo stile di “Australia ’99”, ma molto più lunghi: Ian, Roger e Steve hanno cantato insieme, per poi lasciare spazio al bassista che ha presentato un motivetto da solo con la sua bella voce (non avevo mai visto o sentito Roger Glover cantare da solo!).

Poi Ian ha anche cantato in Inglese “O Sole Mio”, forse in omaggio alla bell’Italia. Infine, senza nemmeno accorgersene, si è ritornati a “Speed King” per il gran finale. E’ stato davvero un pezzo esilarante per il divertimento con cui la band ha suonato. Ma i cinque non hanno fatto in tempo a lasciare il palco, che già tutto il pubblico intonava “Black Night”; perciò, non si sono fatti attendere molto, e Paice ha subito accompagnato con le sue bacchette magiche il coro, coordinato dal basso di Glover.

Rientrati anche gli altri tre, è partita anche “Black Night”, in cui Morse si è divertito ancora con la sua chitarra, il pubblico e i colleghi. Al termine del brano, Ian Gillan ci ha regalato anche il loro primo singolo, la cover “Hush”, con il suo accattivante ritornello. Ma il pubblico reclamava a gran voce “Highway Star”, che senza farsi attendere è stata introdotta dai martellanti colpi di Paice sulle pelli: quale pezzo poteva chiudere in modo migliore questo concerto? Come al solito, Morse ha lasciato inviolato il classicheggiante e famosissimo assolo.

Sicuramente questo è stato un concerto memorabile, con i Deep Purple in gran forma e una scaletta piuttosto originale, pur radicata molto nel passato. L’unico rammarico che ho, è quello di non aver sentito la fantastica “Sometimes I Feel Like Screaming”, che avrebbe pienamente completato questo succoso setlist.

Jon Lord è mancato anche solo per la sua presenza, così autoritaria in mezzo al palco. Lui incarna maggiormente i Deep Purple, ed è per questo che è insostituibile, anche se il suo supplente ha eseguito perfettamente il suo lavoro. Forse il suono della tastiera è stato volutamente messo in secondo piano, come a sottolineare la mancanza di Lord.

In ogni caso la performance dei grandi Deep Purple è stata tecnicamente ineccepibile, divertente, più “heavy” del solito e molto coinvolgente.

Si capisce che i Deep Purple stanno vivendo un periodo di armonia e creatività, forse grazie alla presenza unificatrice e vivificatrice di Steve Morse; più passa il tempo, più sono convinto che siano i migliori al mondo, insuperabili sul palco come in studio da qualsiasi altra band.