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ROLLING STONES MARZO 2005 di Filippo Casaccia
Siamo sempre in attesa che arrivi qualcosa di nuovo dall'America e invece basterebbe guardare in Svizzera… In Svizzera?! Tolti Godard, la Hunziker e i fracassoni Krokus, cosa rimane?
Beh, i magnifici Toad con la strepitosa chitarra di Vic Vergeat! E qui c'è il trucco: Vic è italianissimo, ma è cresciuto a Chiasso (dove poteva, un hard rocker?).
Nel ‘67, a 16 anni, scappa dal collegio verso Londra: per 7 mesi è tutte le sere al Marquee ad imparare dai maestri. Mangia al Ritz, l'unico posto dove gli inglesi non lo avvelenano, e finiti i soldi tenta il primo provino, con gli spaziali Hawkwind.
Non sa l'inglese, ma la sua Les Paul del '58 parla benissimo: preso. Però “Ero pulito e innocente e loro drogatissimi” e finisce subito. Torna a casa e forma i Toad, il “rospo”. Il quartetto diventerà un power trio (“Il cantante non si divertiva molto quando improvvisavo per quindici minuti”) e sforna album anglofoni: clamorosi i primi due Toad (1971) e Tomorrow Blue (1972), ristampati dalla Akarma. Vic suona come un Alvin Lee velocizzato, con la carica furibonda del giovane Angus Young, e i Toad dividono il palco con tutti i grandi, dai Led Zepp ai Pink Floyd, dai Sabbath ai Deep Purple.
C'è una foto di una jam con Blackmore che fulmina Vic con lo sguardo: “Ero giovane e sbulaccavo: Ritchie non perdona e nel 1993 ha rifiutato che aprissi per i Deep Purple in Svizzera!”.
Anche se i Toad partecipano ai classici raduni pop italiani, i grandi riconoscimenti li hanno in Francia, Germania e Svizzera: “Quando eravamo primi in classifica ero incazzato nero! Volevo essere il 33!”. Peccati di idealismo che l'ambiente non gli perdona: mentre il rock declina, Vic va a combattere in USA. È on the road con gente come Scorpions, Nazareth, UFO e (negli anni 90) Aerosmith, ma le major lo bollano come personaggio inaffidabile: “Non facevo le foto con la faccia cattiva, non curavo il look…”.
In quarant'anni di carriera Vic ha sempre composto, suonato e prodotto musica di altissimo livello: gli hanno fregato brani, annullato dischi e mangiato il fegato, ma lui non s'è arreso e ha trovato il successo nella maniera più imprevedibile: con la figlia Neve ha scritto la sigla del televisivo Pingu (un pupazzo di pongo) e ora è il segreto meglio custodito del rock italiano.
I suoi dischi sono vivi e imperdibili (anche quelli recenti) e li trovate nei negozi che vendono musica, non nei supermercati della plastica di centro città. Fatevi un favore, dài. |